Testimonianze dal Campo

                                                 




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  Irina Loria - Responsabile Progetto - 26 maggio

Lui mi segue in continuazione e ogni tanto salta intorno ai miei passi con il sorriso sulla faccia. I villaggi haitiani sono pieni dei bambini che ancora si meravigliano della presenza di stranieri. Ma il suo non sembra solito entusiasmo suscitato dall’incontro con una persona strana e diversa. Mi sta dicendo qualcosa e mi guarda come aspettasse una risposta.  Chiedo a una ragazzina accanto di tradurmi quello che dice il bambino. «E’ felice perché tu sei del centro dei bambini del campo», mi traduce con indifferenza e continua a camminare senza rendersi conto dell’importanza di queste parole per me.
Mi giro. Ci guardiamo negli occhi. Lui continua a sorridermi con un sorriso di gioia e complicità e ad un tratto evaporano nell’aria tutte le difficoltà, gli ostacoli e disagi, la stanchezza, le incertezze e le frustrazioni che sempre accompagnano il lavoro di un cooperante nei luoghi d’emergenza come Haiti. La vita acquista un senso profondo, tutto diventa più leggero.
Il suo nome e’ Luvenson. Ha 5 anni e abita a Dampus, in un villaggio immerso tra alberi di manghi nel comune di Leogane, l’epicentro del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010, 35km verso il sud dalla capitale haitiana Port-au-Prince.  Qui l’80% delle abitazioni sono crollate e quelle che restano in piedi non sono abitabili. Quindi quasi tutta la popolazione del villaggio  abita all’aperto, nelle piccole casette improvvisate. Nella piazza del villaggio è stato creato un campo spontaneo dalle famiglie che non hanno trovato spazio nei cortili pieni di detriti. Un gruppo di giovani di Dampus ha chiesto INTERSOS di prendersi cura del campo. Siamo intervenuti e abbiamo donato 34 tende per 69 famiglie, in totale sono state sistemate 301 persone.
Luvenson mi mostra la casa sua, rasa completamente al suolo. Sua mamma mi accoglie nel cortile con il fratellino in braccio e la sorellina che si nasconde dietro la mamma. “Mio marito e’ muratore, non ha un lavoro fisso, ma qualche volta riesce a guadagnare, costruisce le case con le sue mani. Anche la casa nostra l’aveva costruita lui. Ci ha messo paio di anni ed era quasi finita. Stavamo preparando il trasloco, ma…” Non finisce la frase e guarda altrove.  
La famiglia di Luvenson abita in una delle tende donate da INTERSOS e spera di resistere fino a quando riuscirà ad avere una casa vera e propria, ma Luveson non sembra preoccupato, lui e’ già contento di avere il centro ricreativo per i bambini nel suo villaggio, così vicino a casa sua.
Andiamo insieme al centro, dove e’ in preparazione la festa della bandiera haitiana: il 18 maggio e’ una delle più importanti feste nazionali ad Haiti e il centro di ricreazione per i bambini di Dampus non può mancare ai festeggiamenti. Luvenson si siede per terra insieme con i suoi amici, cerca di incollare due colori di carta rosso e blu, i colori della bandiera haitiana. Mentre i bambini creano la bandiera, l’insegnante gli racconta come nel 1804 dopo la sconfitta definitiva dei francesi, uno dei padri fondatori di Haiti Jean-Jeaques Dessalines proclamò l’indipendenza di Haiti e strappò la striscia bianca dal tricolore francese per creare la bandiera della nuova nazione, la prima Repubblica a maggioranza nera del mondo, è la seconda nazione dell’era moderna, dopo gli Stati Uniti ad affrancarsi dal giogo coloniale europeo.      
Luvenson riesce a finire la sua bandiera e riprende a correre sorridendo. Lo seguono anche gli altri con le bandiere in mano. E poi sulle note di una famosa musica haitiana i bambini si mettono a ballare, ma Luvenson non osa partecipare alla gara di danza, calorosamente tifa per un amico. A volte viene di corsa da me, salta in aria, ride e torna dagli amici. E’ il suo modo di ringraziarmi. Ed io voglio ringraziare lui. L’atmosfera che si respira oggi al centro sta allontanando la paura del terremoto e i suoi traumi.
 

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Pia Cantini -  Capo Missione Intersos - 13 febbraio

E’ passato un mese dal tragico terremoto qui ad Haiti, e oggi è una giornata di lutto nazionale, tutto si è fermato, le autorità locali hanno dato indicazioni di fermare per qualche ora la macchina degli aiuti per celebrare con commemorazioni religiose le vittime, oggi ci saranno messe accompagnate da canti per ricordare chi non c’è più. Per chi è sopravvissuto la situazione non è molto migliorata, anzi resta preoccupante: le persone vivono -soprattutto a Port au Prince- affastellate ancora in campi improvvisati e con l’arrivo delle piogge sarà impossibile restare accampati su questi terreni. Già ieri un primo temporale notturno ha allagato un campo spontaneo fatto con materiale recuperato e una bambina ha perso la vita, centinaia di persone hanno manifestato e protestato nel centro della capitale per chiedere sistemazioni sicure e aiuti immediati. C’è tensione tra la gente perché ancora molto si deve fare, ma la soluzione proposta dalle Nazioni Unite di allestire nuovi campi attrezzati per garantire i servizi di base fuori dalla città trova resistenza tra gli sfollati che vogliono restare vicino alle loro case crollate, ai luoghi dove hanno sempre vissuto  e dove possono riattivare dei piccoli commerci e occasioni di reddito. Nonostante il trauma subito e il dolore, nel nostro lavoro quotidiano ci rendiamo conto della grande voglia di ricominciare a vivere normalmente degli haitiani, c’è speranza tra i giovani. Nell’area di Leogane dove INTERSOS sta assistendo la comunità di Mithon con 4 campi ci si sta preparando ad affrontare le imminenti piogge stagionali, in questi giorni sono arrivate nuove tende e materiali da distribuire, accoglieremo nuovi sfollati. E’ passato solo un mese, l’emergenza non è finita.

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Marco Rotelli – Capo Missione Intersos - 02 febbraio

Nel sanatorio di Sigueneau si riporta la speranza.
’Siamo malati’ ci dice un po’ fatalmente ma senza tristezza, Lucas, un ragazzo che ci segue nel cortile del sanatorio di Sigueneau mentre camminiamo alla ricerca della direttrice. Dal 12 gennaio le malattie - tubercolosi o HIV/AIDS soprattutto -  saranno molto più difficili da affrontare. Non uno dei numerosi edifici che compongono il centro di cura è ora agibile. Il terremoto, con il crollo del tetto di un padiglione di degenza, ha fatto 5 vittime. Erano i ricoverati che, non potendo muoversi, non sono riusciti ad uscire in tempo. I padiglioni, le sale di consultazione, gli alloggi dei medici la farmacia, la mensa ed altri locali erano distribuiti intorno a un bel giardino curato, con alberi alti e piante tropicali che negli angoli più isolati nascondono le tombe di un piccolo cimitero. Fino alla notte del sisma erano ricoverati 185 pazienti, con trattamenti lunghi ma salvavita. Dopo il crollo degli edifici c’è stato poco da fare. L’unica decisione possibile è stata quella di far tornare tutti a casa. Gli unici a rimanere sono stati Lucas e i suoi sei compagni di  sventura che non hanno altro posto dove andare. Senza famiglia, senza  casa, gravemente malati. Altri otto almeno avrebbero bisogno di ricovero urgente, ma non c’è un solo posto dove ospitarli. Lucas e  gli altri dormono sotto una tettoia, su dei materassi adagiati sul  marciapiede di cemento, protetti dal sole solo da qualche lenzuolo bianco. Su un paio di comodini estratti dai calcinacci e macerie sono poggiati recipienti di plastica, pastiglie e medicinali. Delle cure che forniva il Sanatorio rimane solo le visite di qualche infermiere presso le case degli ex ricoverati, per continuare le terapie, senza le quali le patologie degenerano in fretta. Finora del centro medico non si era occupato nessuno. Eppure si affaccia sulla strada nazionale di Sigueneau. Sette persone deboli e stanche su dei materassi sono  poca cosa lungo una strada disseminata di case  distrutte, di tendopoli costituite da baracche, di decine, centinaia di migliaia di persone in attesa di aiuto. Ma Lucas e gli altri sono li, impossibilitati a chiedere soccorso da soli, fermi nella sola speranza che qualcosa li raggiunga. Da lì sono cominciate le nostre ricerche della direttrice, dei referenti del Ministero della salute,  dal quale il centro dipende, le verifiche con gli altri centri di  salute del circondario per capire cosa è possibile fare per assicurarsi che ci siano mezzi e risorse per continuare a curare chi non è più ricoverato. INTERSOS ha attivato un primo sostegno, brande da campo e tende per permettere i ricoveri e l’assistenza. In questi giorni lavoreremo per portare un sostegno più solido, duraturo e, se possibile, rivolto alla riabilitazione almeno delle strutture principali del centro. Sono solo due i centri di questo genere ad Haiti, uno nella  capitale Port au Prince, e l’altro qui, a poche centinaia di metri dalle tendopoli installate nei giorni scorsi da INTERSOS.


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Marco Rotelli – Capo Missione Intersos - 21 gennaio

Ad ormai 10 giorni dalla scossa che ha sconvolto Haiti, la sua capitale Port au Prince, rimane bloccata dalle macerie che tengono sepolti non solo i cadaveri ancora rimasti. Tra i ferri contorti, i mattoni ed il cemento, sono state schiacciate le speranze, e forse il futuro di molti. Tra i mobili che spuntano spezzati da quel che rimane di una finestra, di un muro o di un cumulo confuso, è rimasto quel che sarà difficile ritrovare. In città è impossibile rimanere vicino alle proprie abitazioni. La gente, le famiglie o quel che ne resta deve concentrarsi in campi spontanei, nelle aiuole, nei piccoli parchi o sotto qualche tettoia pubblica rimasta in piedi. Di sera si accendono i fuochi. Vecchio mobilio ed immondizia bruciano lungo le strade, intasando l’aria di fumo puzzolente. Ci si lava con un secchio d’acqua ed un pezzo di sapone, poggiati alla meglio ad un muretto.
Non c’è tensione, ma non tarderà ad arrivare. E’ la decima notte da passar all’aperto, sotto teli, lamiera, assi di legno di fortuna.
Anche coloro ai quali il terremoto non lo ha schiantato, non si fidano di dormire sotto al tetto. ’Gli specialisti ce lo sconsigliano’ dice Emanuel, ’e quindi dormiamo fuori’. Lui un piccolo spazio all’esterno ce l’ha; con la sua ragazza, che poco fa lo chiamava nervosamente al telefono, non vedendolo tornare a casa, dormirà vicino all’auto che ci affitta. Una vecchia carretta, perfino inadatta alle strade compromesse della zona, che però ci permette di spostarci nel traffico congestionato che blocca dal mattino alla sera.
Tra il frastuono degli elicotteri, dei camion e degli aerei che non cessano di atterrare, la gente ha ripreso lentamente ad organizzarsi. I mercati brulicano di attività, ma rimane il problema del denaro. Le banche non hanno ancora riaperto, e nel paese manca moneta corrente.  
Al mercato si paga con i soldi rimasti prima del terremoto. Solo gli uffici per il trasferimento internazionale dei soldi cominciano ad aprire le serrande. Lunghissime code di persone si accalcano a fianco di chi, da sopra i tetti, cerca di recuperare qualcosa dalle case, talvolta un corpo. Alcuni sono adagiati lungo i marciapiedi, avvolti nella stoffa e teli. I falegnami piallano assi di legno in strada per preparare nuove bare per i tanti defunti non ancora seppelliti.
Seguendo la costa haitiana dalla capitale verso ovest la situazione sembra cambiare aspetto. Un pò di campi e di verde dove il terremoto non ha creato grandi conseguenze, tranne qualche fessura lungo l’asfalto della strada. Ma in mare, le navi militari e quelle ospedale, ricordano subito che qualcosa di grave è accaduto e non è risolto. Impossibile ignorarlo.
Proseguendo lungo quella costa, si arriva alla città di Leogane, vicina all’epicentro del sisma. Fino a qualche giorno fa raggiunta da pochi, ripresenta la stessa situazione di Port au Prince, con una sola
differenza: qui, nove caseggiati su dieci, sono crollati sotto la forza del sisma. La gente è nelle strade e nei campi a sistemare qualche pezzo di stoffa per coprirsi nella notte. Dei bambini rovistano in un tappeto di fogli di carta in un cortile. Chini rovistano e cercano i loro certificato di nascita, consegnati a scuola un paio di settimane fa, in preparazione degli esami. Nel pomeriggio di oggi le sezioni municipali si sono riunite nel cortile di un deputato del luogo, cercando di organizzarsi per trovare una soluzione alla situazione dei numerosi campi. Solo poche tende hanno raggiunto l’aerea finora. Le organizzazioni che si sono spinte fuori dalla città si sono organizzate soprattutto sulla sanità, allestendo ospedali da campo e piccoli ambulatori mobili.
’Abbiamo bisogno di tutto quel che serve per togliere questi teli improvvisati dalla testa della gente e ridar loro qualcosa, una tenda ed un bagno’ dice Jean Baptiste, un rappresentante locale.