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Padre Bernard - Vis - 04 febbraio
Padre Bernard è rimasto sepolto per ore sotto le macerie. I suoi ragazzi non ce l’hanno fatta. Lui combatte lo shock suonando la chitarra: compone testi che sono preghiere.
Prende la chitarra e suona dentro un’auto piena di libri, tutto quello che è riuscito a salvare dalle macerie. Padre Harold Bernard ha 39 anni ed è salesiano. Canta in creolo. Intona un motivo struggente che lui stesso ha composto dopo aver convissuto sei ore con la morte.
È rimasto sepolto vivo sotto due piani dell’Enam, l’Ècole nationale des arts et metiérs, la Scuola nazionale delle arti e dei mestieri, che i seguaci di don Bosco hanno a Port-au-Prince e che lui dirige. Il buio l’ha inghiottito alle 16.45 del 12 gennaio, quando le scosse telluriche si sono messe a frustare l’isola. L’hanno strappato da quel nero sudario quand’erano ormai le 23.
Con padre Bernard, là sotto, sono finiti i suoi studenti. Lui ce l’ha fatta, loro no. «Sopravvivere, forse, è peggio che morire», racconta. «Sei bloccato, respirare diventa un’impresa e ogni volta tiri su aria mista a polvere. Ma soprattutto pensi, cercando di imbrigliare la paura. Pensi che puoi farcela, anzi pensi che devi sperare, poi pensi che devi essere razionale, che non devi illuderti, che è finita. Poi cambi ancora, ti fai forza e pensi che sia giusto non arrenderti, pensi che Dio, a cui ti affidi, vuole che tu faccia la tua parte fino in fondo e pensi che qualcosa starà accadendo là fuori, oltre il buio, pensi che qualcuno stia lavorando per liberare te e gli altri».
«Già, gli altri», sospira Bernard. «L’istinto di sopravvivenza non cancella altruismo e carità. Mentre sto là sotto, richiamo alla mente i nomi e i volti dei miei ragazzi. Uno a uno. Mi chiedo che ne è di loro. E prego. Prego per loro e per me. Penso anche ai miei studi, a quanto ho faticato per arrivare all’università. In un attimo tutto diventa inutile. Il valore della vita porta in sé il valore della morte. A un certo punto sento dei rumori. Non immagino che siano passate tante ore. Con la mano cerco di fare un buco nei detriti. Vedo una piccola luce e sento una voce che mi chiede qualcosa, poi braccia forti mi tirano fuori e mi ridanno la vita».
Il 12 gennaio sono andate praticamente distrutte 6 delle 9 case salesiane di Haiti. Presenti nell’isola caraibica dagli anni Trenta, per circa 80 anni i Salesiani sono stati l’unico punto di riferimento per la popolazione più disagiata. Padre Jacques Charles, 65 anni, ispettore di Haiti, cioè superiore provinciale, mostra un vassoio di panini ormai induriti, che, grazie a un piccolo forno, sfamavano quotidianamente circa 25 mila ragazzi di strada del poverissimo quartiere di Dessalines. I ragazzi sono stati i più colpiti in questo pezzo d’Africa radicato nel Centro America. Una generazione è sparita sotto le macerie. E lo sanno bene i Salesiani, preti di frontiera, che per i "loro" ragazzi spendono la vita.
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