|

www.tdhitaly.org
|
|
Paolo Ferrara - Terres des Hommes - 02 febbraio
Bambini scomparsi, bambini trafficati, bambini non accompagnati. In questi giorni si parla molto di bambini e si danno parecchie cifre. Anche diversi giornalisti hanno provato a farmi dare cifre, ma francamente non me la sono sentita.
In un paese in cui 200.000 bambini sono venduti come schiavi domestici (Restavek), 2.000 trafficati a scopo sessuale verso la sola Repubblica Dominicana, moltissimi ospitati negli oltre 700 orfanotrofi del paese (quasi sempre per motivi economici) e la maggior parte neanche registrati all’anagrafe, quindi invisibili, le cifre rischiano sono sempre fallaci. Mi basta pensare anche a uno solo di questi bambini, ai pericoli che corre, a quel tremendo percorso a ostacoli che è la sua vita.
In ogni caso è evidente che qui ad Haiti, e in particolare nel vortice di quest’emergenza, una delle principali urgenze è proprio quella di fronteggiare il traffico dei bambini. Scrivo a poche ore dal fermo di una coppia di americani, colta sul fatto mentre trasportava fuori dal paese una trentina di bambini e mentre rischia di saltare tutto il sistema che regola l’adozione internazionale e quindi la certezza che il bambino sia in reale stato di abbandono.
Quello che si sta cercando di fare in queste ore è iniziare un censimento, campo per campo, dei
bambini non accompagnati. Contemporaneamente ogni struttura ospedaliera sta registrando i
pazienti e inviando una lista dei bambini soli alla Croce Rossa Internazionale. Per le strade passano anche camionette con megafono che elencano i nomi delle persone ancora disperse e dei bambini che sono stati ritrovati.
L’obiettivo è quello di favorire il ricongiungimento familiare, evitando premature “dichiarazione d’abbandono”. E’ un lavoro immane in questa situazione di caos a tratti disperato, ma può dare i suoi frutti.
Quella che vi racconto oggi è la storia di Darlyne, 13 anni, uno dei piccoli miracoli che capita di incontrare anche da queste parti.
Darlyne vive qui a Port au Prince, figlia di un haitiano temporaneamente in Svizzera per lavoro, e di una francese.
Dopo il terremoto la piccola Darlyne si ritrova per strada: attorno solo macerie, urla, corpi strazianti, pianti a dirotto. Con sé non ha più neanche il suo piccolo zaino, solo un cellulare, ma senza credito e senza linea.
Come molti altri bambini di PaP Darlyne non ha altro da fare che seguire la folla. Dalla strada ai primi campi improvvisati, dove la maggior parte dei bambini hanno trovato un rifugio, per quanto insicuro.
9 giorni passano così: la mamma è dispersa e il papà ormai è convinto di aver perso entrambe, mentre Darlyne si muove spaventata alla ricerca di cibo e di un po’ d’acqua, sempre sulla difensiva tra gente che non conosce.
9 giorni finché non riesce a trovare qualcuno che le presta un cellulare funzionante.
1, 2, 3 tentativi, l’ansia di riuscire a mettersi in contatto con il papà. 4, finalmente c’è linea. I primi squilli, la voce del papà e il pianto liberatorio. E’ viva! Viva e vorrebbe tanto riabbracciare il suo papà e la sua mamma.
Darlyne non sa dire esattamente dove si trovi, in quale campo, in quale parte della città e anche lle indicazioni di chi le ha prestato il cellulare sono vaghe, vaghissime, ma almeno una prima traccia.
Il papà conosce Terre des Hommes a Losanna e chiede un aiuto. I miei colleghi avvertono subito
la squadra sul campo e uno di loro parte immediatamente alla ricerca della piccola Darlyne. Ci vorrà circa una giornata per trovarla, ma alla fine la bambina è salva e viene ospitata presso un accampamento protetto per bambini non accompagnati gestito dall’Unicef.
Nei prossimi giorni potrà andare in Svizzera e riabbracciare il suo papà. Della sua mamma, purtroppo, non si hanno ancora notizie.
|
|

www.tdhitaly.org
|
|
Paolo Ferrara - Terres des Hommes - 28 gennaio
Oggi le zanzare di Port au Prince dovranno accontentarsi della metà del mio sangue. Sveglia alle 4.30 del mattino, dopo 4 ore di sonno, doccia veloce e via.
Oggi io, Andrea (il collega italo-svizzero logista della nostra missione) andremo a Les Cayes. Ci accompagnano Andrea Nicastro, reporter di vaglia del Corriere della Sera e una troupe di Rai 2.
Sono 4 ore e mezza ad andare e altrettante a tornare, lungo quella che in questi giorni è stata la via degli sfollati.
Nella Port au Prince ancora al buio si succedono le macerie, dal Palazzo Presidenziale fino a Carrefour, piccolo centro al confine della capitale. Ingolfano le strade le case crollate, le condotte dell’acqua esplose sotto la pressione del terremoto, i cumuli di terra accumulati in questi giorni di lenta, lentissima pulizia della città.
Dopo PaP, Carrefour, Leogane, Grande Goave, Petite Goave, uno via l’altro i centri più colpiti, non luoghi dove fino all’80% delle case è stato spazzato via e dove iniziano a organizzarsi i primi campi, molti spontanei, alcuni, finalmente, attrezzati dalle molte organizzazioni che si sono subito attivate, anche se le tende sono ancora poche, troppo poche, per soddisfare i bisogni di tutti.
Ci vogliono più di 2 ore, cento km circa, per allontanarci dalla devastazione e riprendere il percorso lungo la stada di questa spoglia isola dei caraibi.
Viene tristezza a quanta bellezza sia stata consumata. Guardi le spiagge, le isolette che istoriano il paesaggio, gli sprazzi di vegetazione lussureggiante e immagini l’eden. Attorno invece è tutto brullo, abbandonato, spesso sporco. Mi sembra che non ci sia povertà maggiore, disperazione maggiore di quella di chi ha rinunciato alla sua bellezza, ma so che di fronte a tanto urlante dolore questa è solo retorica. Ora bisogna salvare delle vite e non c’è spazio per la filosofia, l’estetica o per le polemiche che pure sento arrivare dall’Italia.
Raggiungiamo Les Cayes che sono passate da un po’ le 10.
Qui, nella capitale del distretto Sud del paese, sembra si siano riversate oltre 65.000 persone. E’ un calcolo fatto a spanne, intervistando ogni giorno per 2/3 ore chiunque entri nella città e moltiplicandolo per le ore utili della giornata e i giorni trascorsi dal terremoto. Ma non è un numero irrealistico.
Qui si è riversato soprattutto chi aveva familiari o parenti lontani. Per questo non ci sono tendopoli a Les Cayes, ma non per questo non ci sono tensioni.
Con uno dei nostri operatori di comunità abbiamo incontrato 5 famiglie con sfollati. Quello che emerge nei loro racconti è sempre la paura, a volte il terrore, la mancanza di qualsiasi idea del proprio futuro. Ma si respira anche la tensione. Lì dove c’erano 7 persone in una o 2 stanze, ora ce ne stanno fino a 10/11, senza servizi igienici, con un piccolo pozzo all’esterno.
Molti di questi devono pagare un affitto, ma per quanto tempo potranno farlo se non ricominceranno a lavorare? E per quanto potranno essere accettati se non saranno in grado di portare un sia pur piccolo contributo a queste famiglie poverissime?
Oggi, in mancanza di un piano di accoglienza degli sfollati le incognite sono molte e le possibilità che l’intera vita dell’isola venga sconvolta anche da questa migrazione biblica, fin nelle sue fondamenta sociali, mettono paura per il futuro.
Les Cayes è il posto dove Terre des Hommes è presente da oltre 20 anni. Qui personaggi come Michel Roulet hanno lavorato a lungo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di donne e bambini con meno di 5 anni, cambiandone le abitudini alimentari e igieniche; insegnado loro la virtù della profilassi e di un consulto medico in gravidanza; avvicinandole alle vaccinazioni e, quando necessario, integrando nella dieta dei bambini supporti alimentari come il Plumpy’nut.
Qui a Les Cayes il nostro team infermieristico, la nostra psicologa e gli operatori di salute, coordinati dalla splendida Eleonore Chiossone, responsabile di progetto purtroppo avvezza ai campi di Sudan,Afghanistan e Kenya, sin dalle prime ore hanno organizzato l’accoglienza dei malati, la distribuzione tra i casi più gravi, quelli da operare presso l’ospedale pubblico, e i feriti meno gravi, portati alla clinica Brenda, dove abbiamo allestito due grandi tende da campo oltre a organizzare le cure.
Siamo qui per vedere il lavoro svolto dai miei colleghi, 59 persone di cui 5 espatriati, ma anche per consegnare le prime stampelle e deambulatori. Ed è qui che incontro Klossome.
Klossome ha 28 anni e le sue belle gambe sono deturpate dall’amputazione di metà piede, regalo offertole dal terremoto nella sua casa di Port au Prince. E’ arrivata qui 3 giorni dopo il terremoto, con il piede ormai infettato, perchè qui aveva la mamma. C’è venuta dopo aver perso i sensi e grazie all’aiuto dei vicini che l’hanno salvata da morte quasi certa. Soprattutto, è venuta qui convinta di aver perso anche i figli, sepolti sotto le macerie della casa.
Fortunatamente a Les Cayes sono riusciti a intervenire e a fermare l’infezione, ma ormai il piede era perso. Non i figli però. E Klossome ha un attimo di emozione quando i 2 bambini, che l’hanno raggiunta dopo più di 10 giorni le si avvicinano: lì ha ritrovati un vicino dopo qualche ora, ma ci sono voluti 5 giorni finché, ripristinati almeno in parte i collegamenti telefonici, Klossome ha scoperto che erano vivi.
la loro voce, insieme alla presenza della sua mamma e alla tenerezza delle nostre operatrice sono state per giorni la sua unica ancora di salvezza.
Klossome è la prima paziente curata da Terre des Hommes a ricevere delle stampelle. Dovrà abituarcisi, dopo tutto questo tempo stesa su un materassino, e mentre prova ad appoggiarvisi il dolore è fittissimo, atroce… Ma nei prossimi giorni, con un po’ di sforzo, ci si abituerà e finalmente potrà tornare a muoversi, a camminare. Un piccolo, ma prezioso barlume di speranza in tanta disperazione.
Cara Klossome, è tempo di andare, ma a te e agli altri: promettiamo di non lasciarvi da soli!
|
|

www.tdhitaly.org
|
|
Paolo Ferrara - Terres des Hommes - 27 gennaio
Oggi dolore e felicità si sono scontrati, rincorsi, quasi azzannati nel caldo afoso di questa città nella quale è difficile, forse inutile pensare a un ritorno alla normalità... E poi quale normalità?
Avrei la voglia di raccontarvi la gioia e la disperazione, voglia di passare dalla rabbia al lieto fine, ma oggi non ce la faccio.
Oggi sono entrato all’ospedale generale di Port au Prince, il vero cuore di questa rincorsa contro il tempo che è l’emergenza Haiti. E’ qui che si concentra tutta la sofferenza di questa città. E’ qui che si concentra l’aiuto dei più grandi organismi internazionali e quello della maggior parte delle nazioni del mondo, con la sola eccezione dell’Italia che ha scelto un posto più defilato.
Con gli altri colleghi di Terre des Hommes siamo entrati qui per consegnare alla pediatria letti da campo donatici dalla Protezione civile italiana e per avviare i primi Spazi a misura di bambino dell’ospedale.
A farci d’apripista uno degli eroi di questa emergenza, Michel Roulet, pediatra, docente dell’Università di Losanna, da trent’anni volontario di Terre des Hommes in una vita che lo ha portato fino a qualche anno fa anche qui, a Les Cayes, dove Terre des Hommes da 20 anni combatte la mortalità dei bambini e delle mamme al parto e la fame, che qui è una brutta bestia con cui la gente è abituata a convivere al di là del terremoto. Michel è il simbolo splendido di questi primi 50 anni di storia di Terre des Hommes, uno dei figli più illustri di quello spirito nato dalla tenacia e dall’indignazione di Edmond Kaiser.
Michel, proprio per la sua conoscenza del territorio, è stato incaricato dalla Cooperazione Svizzera di rimettere in piedi la pediatria e la maternità dell’ospedale generale, distrutta dal terremoto. Arriva, comincia, e si accorge che nessuno vuole operare un bambino. Hanno tutti paura. E lui compie un piccolo miracolo, avvenuto in cinque giorni: riorganizza tutto e riesce a portare a termine ben 184 operazioni eseguite su altrettanti bambini.
Incontro Michel tra una riunione e l’altra. Il tempo è poco. Ma pure in questo inferno di tende, jeep, lingue, macerie e protesi, riesce a essere disponibile e gioviale, anche se non mi nasconde che i problemi saranno infiniti: troppi sono arrivati tardi, quando le ferite erano già infettate.
Per la maggior parte l’unico intervento possibile è stata l’amputazione, ma probabilmente non sarà sufficiente. E poi chi si occuperà della riabilitazione? Chi potrà dare una speranza e un futuro a questi bambini?
Non lo so. So solo quello che vedono i miei occhi, di lì a pochi minuti, quando insieme agli altri inizio la consegna delle brande, fondamentali per alleviare le sofferenze dei bambini e permettere al personale infermieristico di lavorare con più facilità. Le tende sono piene di bambini amputati, spesso con ferite suppurate. Qui vedere sorridere un bambino è difficile, anche se Jenus, 11 anni e il corpo completamente coperto di croste riesce a darmi una mano, a scansarsi civettuola i capelli mentre le scatto una foto. Non così per Exer, cinque anni, la cui mamma riesce a ringraziarmi, ma non capisco davvero per cosa.
Alla fin fine siamo qui, ma non ci è cascata nessuna casa addosso, non abbiamo perso un padre, una madre, una moglie, un marito, dei figli.
Ma non ci sono soltanto interventi chirurgici. Getto un occhio alla maternità e gli occhi mi si abbassano subito. Non riesco più neanche a documentare quello che sta accadendo. Qui ci sono bambini che hanno il volto scavato che ricordo nelle foto dei bambini del Biafra, roba di 47 anni fa. Bambini con un viso da vecchi a causa della denutrizione. Bambini arrivati qui a un passo dalla morte. Riesco a scattare solo una foto, pudica, a un bambino piccolissimo, ma con il volto sereno. Il resto non voglio che rimanga neanche nella mia macchina fotografica, anche se so che per etica comunque non lo userei mai.
Penso ai molti volontari accorsi qui da ogni parte del mondo, volontari e professionisti, tanti dei quali non hanno goduto del giusto merito presso la stampa. C’è chi porta il cibo, chi presta servizi infermieristici e chi, come noi, servizi psicosociali e distribuzioni di letti o presta il suo uomo migliore alla lotta contro la tragedia.
Il terremoto di Port au Prince, i suoi morti, la disperata ricostruzione e riabilitazione, sono anche la più bella prova di questo mondo che va sotto il nome di umanitario.
Oggi davvero non so se basterà, ma so che è anche grazie a voi che state aiutando Terre des
Hommes, le altre organizzazioni di AGIRE e chiunque lavori qui sul campo, se qualche speranza
ce l’abbiamo.
Buona notte da Porta au Prince. Domani si parte alle 5 in direzione Les Cayes, spero con più ottimismo.
|
|

www.tdhitaly.org
|
|
Fanny Maraz – Terres des Hommes – 18 gennaio
Cinque giorni dopo il sisma, l’aiuto ai feriti continua senza sosta, ma le risorse e le capacità rimangono debolissime. Ogni giorno tra i 50 e i 60 feriti arrivano da Part au Prince per essere curati all’ospedale generale di Les Cayes. Tutti i mezzi sono buoni per scappare da Port au Prince e sono a centinaia le persone che arrivano stipate in camion, auotobus, automobili. Le ragioni sono molteplici: farsi curare, trovare un tetto, ricongiungersi con la famiglia e soprattutto scappare dalle macerie e dalla paura di nuove scosse. Terre des Hommes sostiene la Direttrice dell’Ospedale Generale di Les Cayes nel coordinamento degli aiuti medici indispensabili, ma le medicine e le risorse si fanno di ora in ora più scarsi. Qualcosa ormai è già impossibile da trovare: garze, cerotti, antidolorifici e antibiotici. Le persone prese in carico dall’ospedale nonostante questo aumentano visibilmente, ma non è possibile in nessun modo attenuare il loro dolore. Il solo medico in grado di operare a Les Cayes, il dottor Léger, ormai lavora come in una catena di montaggio. Terre des Hommes a messo a disposizione 5 infermiere a usiliarie che forniscono le prime cure all’ospedale e alla Clinica Brenda. La responsabile dei programmi per l’accesso all’acqua sicura e ai servizi sanitari di Terre des Hommes ha iniziato il lavoro di coordinamento al fianco del contingente senegalese della Minustah (Missione di pace delle Nazioni Unite ad Haiti). Insieme stanno analizzando e riabilitando fosse biologiche, docce e latrine. Tende sono state installate nel campo di calcio allo scopo di accogliere le persone rimaste senza domicilio in attesa di un terreno più adatto. In ogni caso, feriti e no, ognuno si porta un trauma profondissimo. I nostri psicologi sono intervenuti sin dall’inizio al fianco delle famiglie e dei bambini che vengo a Les Cayes in cerca di un rifugio e di una speranza. Come mi ha detto una bambina di 12 anni: A Port au Prince ho perduto tutti i miei amici ma spero di ritrovarli qui. .
|
|

www.tdhitaly.org
|
|
Fanny Mraz – Terres des Hommes - 16 gennaio
Dopo aver accolto una quarantina di feriti nella città di Les Cayes nella notte dal 12 al 13 gennaio, l’ospedale Immacolata Concezione di Les Cayes ha dovuto far fronte a un massiccio arrivo di feriti da Port au Prince.
Col miglioramento delle strade da Port Au Prince a Les Cayes le vittime ferite e i loro parenti arrivano in macchina, moto, portandosi dietro anche le coperte per dormire all’interno dell’ospedale o fuori in attesa che i loro cari vengano curati.
Davanti all’ospedale di Les Cayes una folla disperata resta in attesa di ogni notizia sulla salute dei malati e rendere difficile l’accesso all’edificio.
L’ospedale sta esplodendo e non ha più i mezzi umani e materiali per affrontare questa situazione. I feriti sono sdraiati a terra, gli infermieri fanno fatica a muoversi.
Le patologie più frequenti sono ferite, fratture, traumi cranici e altre forme di trauma fisico. La maggior parte di loro necessitano di un’operazione chirurgica, il più delle volte di un’amputazione.
Le vittime sono ancora sotto choc. Thomas 33, insegnante, anni ferito alla gamba da un muro cadutogli addosso ci ha raccontato la sua esperienza : « eravamo a scuola, e siamo usciti di corsa e dopo un secondo non c’era più niente, tutto era crollato. Ci sono vittime ovunque, non ci sono più ospedali, istituzioni, ecco perché siamo venuti verso Les Cayes.»
Una madre ci ha raccontato di aver perso 2 dei suoi figli a causa del crollo della scuola. L’ultimo rimastogli ora è qui, in ospedale a Les Cayes, ferito ma dovrebbe farcela.
Con l’obiettivo di rispondere meglio ai bisogni della popolazione Terre des hommes participe a un coordinamento medico insieme alle istituzioni si Salute Pubblica, la Polizia, la locale Protezione Civile e le ONG Catholic Relief Services, OIM, Croce Rossa Haiti e Hope for Haïti.
Le comunicazioni telefoniche sono ancora pressoché inesistenti. Il solo mezzo di comunicazione con l’esterno rimane Internet. L’elettricità è ristretta dalle 9h-12h alle 18h-21h per mancanza di energia e di operatori che possano gestire la rete. Ma il rischio è che nelle prossime ore la situazione peggiori e la cittadina si trovi completamente senza elettricità. Anche gli appoviggionamenti di beni di prima necessità si fanno via via più radi e la situazione potrebbe presto esplodere. Un aiuto è urgente!
|