Voci dal campo in Somalia
CESVI
Ci siamo incontrati con Fadumo Abdulahi Osman, uno degli sfollati appena arrivati vicino all'ufficio Cesvi di Galkayo, con i suoi 3 bambini, uno legato sulla schiena e gli altri in grado di camminare.
Stava elemosinando cibo come molte donne stanno facendo oggi per le strade di Galkayo.
I bambini sono così deboli e disidratati, non hanno energia neanche per piangere.
"Siamo venuti da Dusamareb a oltre 250 chilometri di distanza, abbiamo cercato i nostri parenti a Galkayo invano. Abbiamo camminato maggior parte del tragitto, di tanto in tanto cavalcavamo cammelli di pastori 'che ci hanno offerto latte e alimenti. Ho perso 2 dei miei figli.
Sono preoccupata non ho cibo o rifugio, abbiamo un disperato bisogno di cibo. Abbiamo lasciato la zona a causa della siccità e della fame, non avevamo nulla quindi siamo dovuti partire. Eppure in passato abbiamo avuto molti animali, capre, pecore e cammelli, tutti persi a causa della siccità. Mio marito è stato ucciso quando si è trasferito con gli animali in una zona ostile e c'era conflitto per la gestione dei pascoli e l’acqua. La maggior parte delle donne del nostro villaggio sono nella stessa situazione come me .. disperata, senza sapere che cosa fare.
“Non sopravviveremo” mi dice supplicando con gli occhi infossati ed esausti, “Noi esistiamo. Allah ci vede. A Galkayo, i prezzi degli alimentari sono alti, anche i soldi che otteniamo non sono sufficienti per nutrire me e i miei figli. Stiamo quasi rinunciando anche a mendicare soldi o cibo per la strada, siamo in troppi, presto la gente si stancherà di noi”
Cesvi sta realizzando interventi sanitari e nutrizionali, finanziati da ECHO - Servizio Aiuti Umanitari e la Protezione Civile della Commissione Europea. nella regione di Mudug a sud di Galkayo nel sud della Somalia. Questi interventi comprendono l'attuazione del programma nutrizionale ambulatoriale terapeutico, vaccinazioni, servizi di consulenza sanitaria, servizi ambulatoriali e assistenza al parto tra Wargalo, Docol, Bandiradley e comunità Galinsoor.
Il programma nutrizionale tratta e gestisce bambini gravemente malnutriti nelle quattro sedi. Il piano iniziale era quello di avere tre siti mobili e tre siti statici. Tuttavia, con l'attuale crisi crescente Cesvi ha aumentato la propria attività per includere fino a quattro siti statici e 18 siti di sensibilizzazione in modo da accedere alla maggior parte dei bambini che hanno bisogno di servizi di nutrizione.
Murithi Gatumo - Project Manager CESVI Somalia
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CESVI
Feisal è un operatore somalo di CESVI che vive nel campo profughi di Dadaab, in Kenya. Negli ultimi 20 anni, ha ascoltato il racconto di centinaia di somali costretti a fuggire da guerra, siccità e carestie. La sua testimonianza non lascia spazio alla speranza: “C'è chi ha saputo trasformare la disperazione umana in business, chi fa soldi a discapito dell'emergenza e guadagna sull’esodo di massa dalla Somalia, attraverso il
trasporto illegale di profughi oltre il confine kenyota. I più fortunati, i più ricchi, possono pagarsi un passaggio in auto dalla Somalia sino al campo profughi di Dadaab, ma tutti gli altri diventano preda di 'trafficanti di esseri umani'. I pick-up carichi di profughi seguono percorsi nascosti, evitano i posti di blocco, viaggiano di notte, e riescono ad arrivare fino ai campi di Dadaab quasi sempre senza essere fermati''.
"La maggioranza dei profughi - continua Feisal - viaggia a piedi. Molti muoiono lungo il tragitto: manca il cibo, manca l'acqua, mancano le forze. Ci sono animali feroci, e posti di blocco. Il viaggio è disumano: chilometri di strada, giorni di viaggio da affrontare senza risorse alimentari, senza poter bere acqua pulita, bevendo la propria urina. Come se non bastasse, donne e bambine rischiano di essere violentate lungo il tragitto. Chi possedeva cammelli, pecore, capre, ha abbandonato tutto prima di partire: gli animali, senza acqua e senza cibo, non sopravvivrebbero al viaggio e sarebbero un fardello inutile. Meglio lasciarli morire di fame e di sete in Somalia. Meglio perdere tutto, pur di sopravvivere"
CESVI gestisce programmi di emergenza nel campo di Dadaab in Kenya e sta per attivare interventi di vaccinazione e supporto nutrizionale per donne e bambini nell’area di Mogadiscio.
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CISP
Dopo 2 anni ho rimesso piede nell’ospedale di Benadir a Mogadishu. Lo spettacolo a cui ho assistito ha confermato le impressioni dei giorni precedenti, quando nei campi informali per sfollati avevo visto bambini con distrofia della cornea causata da meninigite e conseguente malnutrizione acuta“Questi sono casi di cui si legge solo nei libri ormai. In 30 anni di attività in Somalia non ho visto nulla del genere” - mi diceva il mio collega Abdi Tari mentre diagnosticavamo la distrofia della cornea di una bambina nel campo di Waberi – “l’ultima volta che ho visto una cosa simile ero studente, in Etiopia, nel 1984”
“Abbiamo esaminato casi di malnutrizione acuta che varcavano la soglia dei minori di 5 anni. Quando la malnutrizione acuta comincia a colpire anche la popolazione tra 6 e 17 anni, allora la situazione e’ davvero drammatica per noi " – mi ha detto un’ostetrica alla clinica per madri e figli di Bondhere – “molte volte non sappiamo se dare cure nutrizionali alle madri o ai bambini”
Come CISP abbiamo dato il nostro contributo in queste zone distribuendo, con i fondi di AGIRE, una lista di medicinali richiesta dal consiglio direttivo dell’ospedale. Cose semplici ma indispensabili, come antibiotici, macchinari per misurare la pressione e kit per appurare l’origine di casi di diarrea acuta.
Abdi Nur - Chirurgo CISP
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CISP
“E' uno scenario che va al di là di ogni immaginazione e molto più tragico di quello che si possa pensare”, così Rosaia Ruberto, coordinatrice del CISP - Sviluppo dei Popoli per i progetti in Somalia, parla della difficile situazione che sta colpendo il Paese del Corno d'Africa.
“Continuano ad arrivare persone a Mogadiscio, si calcola circa 1000 al giorno, e si vedono morire bambini e persone stremate da mesi di carestia e siccità. Il flusso ininterrotto di persone nella capitale somala sta inoltre creando tensione nei punti di distribuzione del cibo, perché non ce n'è abbastanza ed esiste il concreto rischio di rivolte”.
Una delegazione del CISP ha completato una analisi dei bisogni umanitari in 4 campi che sono stati allestiti in questi giorni nell’area di Mogadiscio. L’obiettivo è di valutare le condizioni alimentari, sanitarie e idriche per poter avviare da subito degli interventi di prima emergenza.
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INTERSOS
"Il fiume Scebeli è tornato in piena, è un torrente di acqua marrone che trasporta le carcasse del bestiame morto nei mesi passati. Attorno la gente allo stremo continua a morire’. E’ Hassan Mahad Abdi, responsabile INTERSOS a Jowhar in Somalia a raccontare cosa accade nel paese in queste ore. Le piogge cadute in alcune parti dell'Etiopia hanno gonfiato il flusso del fiume nella Somalia meridionale, che tracimando in alcuni punti porta anche danni ai villaggi delle rive. Le aree investite rimarranno incoltivabili per molti mesi a venire. La situazione non accenna a migliorare.
Anche se il ‘day’, la seconda stagione delle piogge tra ottobre e novembre, porterà sollievo alla Somalia non servirà a fermare la carestia in corso. ‘Siamo di fronte a un numero spaventoso di bambini malnutriti, lavoriamo per tenerne in vita il più possibile, nella sola area di Jowhar abbiamo aumentato ad altri 54 villaggi a ovest del fiume Scebeli le distribuzioni di cibo salvavita ad alto contenuto nutritivo, raggiungendo così oltre 5.000 bambini sotto i cinque anni’ racconta ancora Hassan. ‘Tre team sanitari mobili visitano e curano le madri in allattamento e i bambini ammalati nei villaggi remoti troppo distanti dal nostro Ospedale di Jowhar. I casi più gravi - e sono sempre di più – li trasportiamo all’ospedale e li ricoveriamo’. I fenomeni naturali restano avversi, mentre l'accesso a tutta la Somalia centro meridionale, ad esclusione della capitale Mogadiscio, è ostacolato dalla violenza e questo esaspera le conseguenze della carestia sulla popolazione civile, ormai non in grado di reagire. La situazione è un mix devastante che mette a dura prova la risposta umanitaria, che è comunque in corso.
INTERSOS, organizzazione umanitaria presente dal 1992 in Somalia, sta portando soccorso nelle regioni del Medio e Basso Scebeli, nell’area ora dichiarata in carestia del Bay e nel corridoio di Afgoye, il più grande campo sfollati della Somalia ai margini di Mogadiscio. Il nostro personale internazionale si trova in questi giorni a Mogadiscio e nelle aree più critiche del Puntland, territorio a nord della paese.
Nel mese di febbraio scorso attraverso i nostri operatori umanitari in Somalia abbiamo lanciato l’allarme sull’imminente catastrofe che oggi sta mettendo a rischio la vita di oltre 4 milioni di persone. Da allora si sono attivati i nostri team di emergenza con distribuzioni di cibo, trasporto di camion cisterna con acqua potabile, kit igienici per prevenire epidemie, tende e teli da ripari agli sfollati, mentre si continuano a costruire pozzi e a riabilitare quelli in secca, si scavano latrine, si aprono scuole temporanee nei campi sfollati e si assicura protezione e assistenza alle centinaia di donne vittime delle violenze e degli abusi causati dal conflitto armato.
Portare soccorso alla popolazione è molto difficile nelle regioni centro meridionali e impone estrema attenzione a non esporre gli operatori umanitari a rischi eccessivi. ‘Nonostante Baidoa sia una delle zone più complicate, grazie all’aiuto della comunità locale il nostro staff negli ultimi 10 giorni è riuscito a completare la costruzione di 20 classi temporanee, di 85 latrine e di uno spazio ricreativo protetto per bambini nei due campi di sfollati di Ibnu Abaas e Imaamo-Shafi’ continua Hassan Mahad Abdi, ‘alle persone accampate manca tutto, finora abbiamo assicurato più di 1500 kit igienici per prevenire epidemie e il continuo rifornimento di acqua potabile con cisterne, ma bisogna continuare per dare speranza alla popolazione somala, tra gli sfollati resta la voglia di risollevarsi".
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INTERSOS
Parlando con i rifugiati appena arrivati dopo giorni di cammino in fuga dalla Somalia, ho ascoltato di tutto. Servirebbe una bella doccia alle emozioni, se fosse possibile, e una fuga verso il mare. Violenza, fame, sete, sofferenza, non possono lasciare inerti anche se fanno parte del nostro lavoro. Una volta arrivati a Dadaab, nel più grande campo profughi al mondo dove vive quasi mezzo milione di rifugiati somali, la fame, la sete, il senso di pericolo di molti si attenuano, grazie all’assistenza fornita da tante ONG ed ai servizi disponibili.
Tuttavia ci sono delle cose che rimangono, e che continuano a tormentare i rifugiati. Tra esse il senso di aver perso tutto, di non poter vivere nella terra dove sono nati, e non raramente di avere lasciato dietro se alcuni dei propri cari, spesso bambini, ragazzi, anziani.
Infatti sono migliaia i bambini, le donne e gli anziani che durante la fuga verso i campi per sfollati all'interno della Somalia, o verso il Kenya o l’Etiopia hanno perso i contatti con le loro famiglie. Un dramma nel dramma. Perdere tutto, la propria casa, il proprio bestiame, i propri avere e perdere anche i propri cari. La famiglia in contesti come questo costituisce l’unico avere che sopravvive alla guerra, alla fame, alla siccità, anche se spesso ridotta nel numero dei suoi componenti, ed e’ l’unica forma di protezione su cui i bambini, le donne, gli anziani possono contare. Spesso durante una fuga sono proprio loro, i più vulnerabili a rimanere indietro, a perdere i contatti con la propria famiglia ed a perdere anche questa ultima protezione.Ritrovare i propri cari e’ una impresa quasi impossibile, disperata che può durare mesi, anni o una vita intera. Oggi la tecnologia offre occasioni incredibili, e per questo INTERSOS ha ricevuto un piccolo finanziamento dal coordinamento per gli affari umanitari (OCHA/CHF) per sperimentare un meccanismo innovativo per facilitare la localizzazione e la riunificazione familiare all’interno della Somalia.
Grazie ad una innovativa piattaforma on-line disponibile all’indirizzo www.refunite.org, creata da un’organizzazione non governativa olandese con il proposito di favorire la riunificazione familiare, oggi esiste una nuova concreta possibilità per riunire le famiglie e ridare una madre ed un padre a decine di bambini e bambine che li hanno persi.
INTERSOS dispiegherà sul terreno 5 team mobili, dotati di motocicletta, telefoni WAP e laptop, che assicureranno la loro presenza regolare in una ventina di differenti campi per sfollati per dedicarsi alla registrazione dei dispersi e di coloro che cercano informazioni su i loro cari.
Siamo molto orgogliosi di essere i primi a sperimentare questa modalità di family tracing in Somalia, e speriamo di essere in grado di ottenere i primi risultati entro la fine dell’anno. Nel frattempo abbiamo fondi per assicurare a circa seicento casi tra i più vulnerabili che hanno perso la loro famiglia una forma di protezione che seppure non potrà mai sostituire l'affetto della famiglia, fornirà assistenza materiale per garantire un rifugio, del cibo, l'acqua e altre necessità di base.
Vi terremo aggiornati nelle prossime settimane di come stiamo procedendo.
Marco Procaccini - Operatore umanitario INTERSOS Somalia
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INTERSOS
E’ stata una giornata intesa quella di oggi e non priva di sorprese. L’apertura di un nuovo progetto è sempre un momento difficile. Specie quando di tratta di costruire 12 orti su un terreno che sembra veramente arido.
Abbiamo iniziato a portare aiuti anche nella regione del Puntland, a Galkayio.
Galkayio e’ tristemente famosa per essere una delle roccaforti dei pirati che da qualche anno spadroneggiano a queste latiduini dell’oceano indiano. Si tratta di un contesto urbano molto difficile, dove ci sono 21 campi di sfollati, popolati per la stragrande maggioranza da famiglie fuggite dalle regioni del Sud della Somalia.
Purtroppo la mancanza di lavoro e di opportunità economiche, spinge molti giovani alla delinquenza, microcriminalità e altre attività illegali. Questa mattina, dopo aver presentato il nuovo progetto al Governatore di Galkayio, ci siamo recati direttamente presso il campo di sfollati che beneficerà di questo intervento: Haloboqad che ospita più di 5.000 persone. Si tratta di un area molto arida ai margini della città, dove però sfollati e comunità ospitante convivono pacificamente, e dividono le poche risorse disponibili. Noi proveremo a dare un’alternativa all’assenza di lavoro e di reddito, promuovendo la creazione di 12 orti comunitari e 4 micro-fattorie per la produzione di miele. I prodotti saranno venduti sul mercato locale e potranno garantire un reddito alle circa duecento famiglie coinvolte.
INTERSOS è stata accolta con molto entusiasmo da questa comunità, e dei piccoli orti sono già funzionanti presso la comunità ospitante con risultati incoraggianti. Abbiamo selezionato alcuni terreni ai margini del campo che potrebbero essere adibite ad orti, e abbiamo prelevato i campioni di suolo da far analizzare a Nairobi per capire quali colture possono rendere meglio.
Uno degli anziani, al termine del nostro incontro mi ha preso da parte e mi ha detto: “INTERSOS lavora in Somalia del 1993, ma quella che la nostra comunità mette a vostra disposizione oggi, è una terra ben più antica. Sono sicuro che la prossima volta potremmo farci una foto insieme su un bel campo ricco di colture”. Ci siamo salutati con un reciproco “inshallah”, vi terremo aggiornati.
Marco Procaccini - Operatore umanitario INTERSOS Somalia
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INTERSOS
In sei giorni abbiamo consegnato circa 250.000 litri di acqua potabile a circa 43.000 persone a Baidoa e Buurhakaba nella regione di Bay, nella sud della Somalia.
I due campi di Baidoa ospitano circa 37,000 persone, e la popolazione aumenta di giorno in giorno a causa dei continui arrivi dalle aree rurali. Il sistema idrico che riforniva i campi è andato in crisi e quindi abbiamo attivato un rifornimento attraverso delle autobotti che in maniera continuativa hanno rifornito i campi con 30,000 litri d’acqua al giorno. Da oggi, a causa dell’aumento della popolazione abbiamo raddoppiato le furniture: 60,000 litri al giorno, ma sono ancora pochissimi se consideriamo che la quantità di acqua a famiglia non raggiunge i 10 litri al giorno.
A Buurhakaba, dove si sono radunate circa 8,000 persone in fuga dai loro villaggi di origine a causa della mancanza di acqua e cibo, siamo stati chiamati ad un altro intervento di emergenza. La zona purtroppo è estremamente arida, e il primo pozzo disponibile è a circa 40 chilometri di distanza. Nonostante INTERSOS stia rifornendo i due campi oramai da venerdì, la quantità di acqua che riusciamo a fornire è molto bassa a causa della mancanza di contenitori di grande taglia in cui immagazzinare quanto arriva dalle autobotti. Purtroppo a causa della crisi i container che avevamo a disposizione sono terminati velocemente, e per il momento siamo costretti a distribuire l’acqua direttamente nelle taniche da venti litri con cui donne e bambini attendono in una lunga coda.
In tutto questo, i fondi che abbiamo a disposizione non sono sufficienti. Un carico di 10,000 litri di acqua per Buurhakaba, considerando la lunga distanza dal pozzo, costa 130 dollari, qualche mese ne costava poco più della metà. Ma quando l’acqua e’ un bene di mercato, segue le logiche della domanda e dell’offerta; e se qualcuno non la può comprare? Oggi il potere di acquisto delle persone che INTERSOS assiste è nullo o ridotto al minimo. L’unica strada che abbiamo è comprare l'acqua e fornirla gratuitamente, evitando che quel poco cibo che la gente riesce a racimolare, se ne vada senza essere assimilato a causa di diarree ed altre malattie legate al consumo di acqua non potabile. Anche due o tre litri di acqua potabile al giorno possono salvare la vita di un bambino. Pensare a queste cifre, quando il consumo medio per lavare i denti nelle nostre case è di 3 litri a persona, e di 15 litri quello per lo scarico della toilette, mette semplicemente i brividi!
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INTERSOS
Hassan Mahad Abdi è un operatore somalo che da lunghi anni lavora con Intersos.
Con il suo buon italiano, ci racconta quali sono oggi i bisogni primari delle popolazioni colpite dalla siccità: “Innanzitutto cibo, acqua potabile e kit per l’igiene personale. Nonostante gli interventi che da tempo portiamo avanti in queste aree, sono queste le prime necessità a cui cerchiamo di rispondere in modo puntuale e tempestivo. Non possiamo permetterci di intervenire solo quando l’allarme verrà riconosciuto come tale a livello internazionale e la popolazione si sarà riversata completamente alle frontiere. Dobbiamo intervenire subito”.
“Oggi Intersos lavora a sostegno della popolazione sfollata, soprattutto accompagnando i profughi lungo il corridoio umanitario di Afgoy. La difficoltà che abbiamo in Somalia è l’accesso molto limitato che è concesso alle organizzazioni umanitarie, condizione che ci costringe a lavorare in modalità di ‘controllo remoto’ con i partner e le comunità locali. I nostri interventi sono comunque focalizzati a sostegno delle popolazioni in fuga dalla Somalia verso le aree del paese dove è ancora possibile trovare da mangiare e da bere”.
Intersos opera dal 1994 in Somalia e per far fronte all’attuale situazione di emergenza umanitaria ha intensificato le proprie operazioni nelle regioni centro-meridionali del paese.
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SAVE THE CHILDREN
Norta Omar, 26 anni, con il suo figlio più piccolo Faisal Kasim di 2 anni.
Norta ha abbandonato la Somalia centro-meridionale dopo che le sue 100 capre e 50 mucche sono morte per raggiungere prima Mogadiscio, dove, a causa della siccità, dei combattimenti e dei prezzi impossibili, ha deciso di fuggire verso i campi profughi più a nord.
Ora è ospitata da una famiglia nel campo profughi di New Shabelle nella zona di Bosaso, nel Puntland.
Save the Children sta realizzando 5 programmi di assistenza medica mobile e 15 programmi di alimentazione supplementare nell’aerea di Bosaso.
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