Voci dal campo in Kenya
ACTIONAID
Cellulari a carica solare per combattere la carestia in KenyaNel distretto di Isiolo in Kenya, ActionAid, attraverso l’utilizzo delle tecnologie innovative di Frontline SMS e Freedom Fone, ha dato vita ad un progetto molto interessante attraverso la distribuzione a 250 Comitati Emergenza locali di cellulari a carica solare.
Rehab Mburunga, responsabile della comunicazione ActionAid nel distretto di Isiolo ci spiega il funzionamento di questo progetto.
“Lavoro con le comunità del distretto di Isiolo. Ogni lunedì ricevo dal Ministero dell’agricoltura e allevamento una lista con i prezzi del bestiame che giro immediatamente all’interno del sistema di Frontline SMS. Le informazioni raggiungono quindi in tempo reale i Comitati Emergenza locali con cui lavoriamo. A questo punto il personale locale formato da ActionAid trascrive le comunicazioni nei dialetti locali e le espone all’interno delle comunità in cui vivono.
La diffusione di queste informazioni permette alle comunità rurali di discutere la vendita dei capi bestiame all’interno del mercato, mantenendo prezzi competitivi e assicurando corrette entrate economiche.
Inoltre ciò permette loro di monitorare direttamente le variazioni di prezzo dei beni alimentari di prima necessità, azione fondamentale in periodi di carestia acuta in cui i prezzi oscillano quotidianamente.
Utilizzando Freedome Fone i Comitati Emergenza, quindi le comunità, possono poi chiamare direttamente gli uffici di ActionAid per aggiornamenti in tempo reale su cambiamenti di mercato, previsioni metereologiche e sanitarie, che forniamo in base ai bollettini che riceviamo direttamente dal Dipartimento Meteorologico e Sanitario. E’ infatti fondamentale comunicare alle comunità solamente informazioni ufficiali, perché possano essere considerate credibili e quindi rispettate.
L’utilizzo di Freedome Fone permette inoltre alle comunità rurali di comunicare direttamente con i nostri uffici, cosa assolutamente necessaria soprattutto quando i livelli di analfabetismo sono molto diffusi e la comunicazione orale diventa quindi fondamentale”.
Il progetto permette inoltre di collezionare informazioni importanti dal campo. Gli uffici centrali inviano infatti tutte le richieste ai responsabili locali in maniera gratuita e immediata attraverso Frontline SMS. Procedure di massima efficienza ed efficacia in aree remote, di difficile accesso e dove la connessione internet è praticamente insistente.
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AVSI
Il convoglio delle 8 è pronto. Siamo tutti alla stazione della polizia. L’aria condizionata non funziona, i finestrini sono abbassati. Ci sono troppi fuoristrada stamattina. Dopo un po’ siamo investiti da un nuvola di polvere: ci rendiamo conto che il convoglio è finalmente partito.
Ci saranno 30 veicoli questa mattina che vanno verso Ifo e Dagahaley, i due campi profughi che, nati nel 1991 dopo la crisi del governo somalo di Siad Barre, insieme ad Hagadera dovevano ospitare un massimo di 90,000 persone. A gennaio 2011 la popolazione dei campi contava giá quasi 300,000 persone. I numeri. Grandi, fieri, tanti e che difficilmene riesci a dimenticare.
Oggi nei campi vogliamo incontrare i nuovi arrivi, le nuove persone . I profughi. Vogliamo conoscerli meglio ed ascoltare quello che hanno da raccontare. Vogliamo provare a dar loro delle risposte concrete, forse non immediate, ma che possano essere in linea con le loro aspettative. Non vogliamo farli sentire solo dei numeri.
Sono ormai 4 settimane che il flusso di rifugiati è in crescita costante. Ieri ho studiato le statistiche: ci sono tra i 5,000 ed i 6,000 somali che ogni settimana scappano dalla Somalia e cercano assistenza umanitaria qui in Kenya. Un flusso di migranti, soprattutto donne e bambini che vogliono provare a rifarsi una vita in un paese nuovo, dove sanno che riceveranno aiuto ed assistenza.
Il centro di registrazione del campo di Ifo è costituito da tre tende. Ci sono centinaia di persone, sono tutti allineati alla perfezione, in fila sotto il sole rovente.
Mi incammino e vado dai miei colleghi di LWF, una ong internazionale che è impegnata nella prima accoglienza. Suraya sta parlando ad una famiglia composta da una donna e 5 bambini aiutata da un interprete. Rimango colpito dal modo in cui questa donna ascolti con attenzione la mia collega, sembra che penda dalla sua bocca: le danno un po’ di legna, un recipiente e la spediscono all’altra fila. Qui le daranno del cibo e delle pentole e le sarà assegnata una tenda.
Le tende. Innumerevoli. Salgo su una water tank, scavalco il cancello, non c’è il guardiano, ho voglia di capire, guardare, rendermi conto dei numeri. Conto i gradini da salire, una scala di metallo, il vento è forte, devo davvero tenermi forte: 1, 2, 3… arrivo in cima. Con me i colleghi kenioti. Ci affacciamo e guardiamo l’ orizzonte. Utilizzo lo zoom della macchina fotografica per avvicinarmi a quei punti bianchi che vediamo in lontananza. Sono le famose tende di UNHCR, bianche, si intravede perfino il logo azzurro, una accanto all’altra, tutte sistemate ben bene, in ordine, in fila…
Mi ricordo quando ero uno scout e, durante l’annuale campo estivo, dormivamo in tenda per 15 giorni. Vi confido che per me era dura essere con altre 6-7 persone nella stessa tenda, con i bagni lontani, la tenda della squadriglia degli Squali a sinistra e quella dei Delfini a destra. Questi pensieri sono scacciati via immediatamente alla vista di questo orizzonte.
Poi incontriamo Fatma. Le chiediamo se le possiamo fare qualche domanda. Nel frattempo do ‘un cinque’ ad uno dei suoi figli. Ha i capelli biondi, gialli, sinonimo di mancanza di ferro e proteine. Fatma ha 20 anni, ci racconta che viene dal Basso Shabele in Somalia, ha camminato per quasi 40 giorni prima di arrivare a Dadaab. Ha corrotto diverse persone per poter arrivare senza problemi qui in Kenya. Ci racconta che aveva un piccolo orto e che sono mesi che non piove. Tutto il raccolto è andato perso e quando ha visto che le sue riserve di cibo stavano diminuendo, ha preso le poche cose che le rimanevano e si è diretta da alcuni parenti. Questi ultimi non l’hanno potuta aiutare perché anche loro erano stati colpiti dalla siccità e ha dunque deciso di tentare il viaggio della speranza verso il Kenya. Si è portata dietro anche due nipotini, perché, una volta a Dadaab, i somali sanno che saranno aiutati.
Le chiediamo quali siano le sue aspettative, i suoi sogni. Vuole ritornare a casa, ci dice. Ma vuole anche dare un futuro ai figli, mandarli a scuola, farli crescere in un paese senza guerra. Le diciamo che noi di AVSI stiamo cercando di dare una risposta alla crisi umanitaria costruendo scuole e mettendo in piedi centri per l’adolescenza negata a queste piccole creature. Ci sorride.
Ci avviciniamo ad un punto di raccolta dell’acqua. Incontriamo tanti bambini. Sono in fila con le jerricans (taniche di plastica) gialle, quasi più grandi di loro. Accompagnano le madri che sono al pozzo a raccogliere l’acqua. Dovrebbero essere tutti a scuola, sono le 9.30 del mattino.
Il piccolo Shukri, ha 6 anni. Viene dal corridoio di Afgoye, un campo profughi alle porte di Mogadiscio. Lui è scappato con il fratello più grande. Sono i cosiddetti ‘minori non accompagnati’ che ricevono priorità assoluta. Di solito vengono affidati a parenti, ma se per motivi di sicurezza questo non è possibile, vivono nei ‘safe heaven’, piccole isole felici e protette all’interno dei campi. Shukri è venuto al pozzo per giocare con gli altri bambini. Ha una palla fatta di stracci ma è felice di calciarla! Gli chiediamo se vuole andare a scuola. Ha difficoltá a capire cosa sia una scuola: Omar, in nostro collega del settore dell’educazione cerca di spiegarglielo. Ci dice che si’, sarebbe contento di conoscere gli altri bambini e stare con loro. Non gli chiediamo altro, lo lasciamo alle prese con il pallone!
Dadaab oggi è la terza città del Kenya. E non è neppure sulle mappe del Kenya. Con i suoi 400,000 abitanti supera Kisumu, la cittá keniota sul lago Vittoria. Il trend di arrivi è aumentato. Da gennaio 2010 ad oggi sono arrivati quasi 90,000 rifugiati che portano il numero totale dei rifugiati a Dadaab a circa 400,000 persone. I numeri la dicono tutta. Inoltre, le notizie delle poche ONG internazionali in Somalia non sono incoraggianti: molti altri Somali hanno intenzione di varcare il confine, tra questi tante donne e bambini.
Decidiamo di entrare in Ifo Extention, uno dei due nuovi campi aperti dal Governo del Kenya che si appella alla comunitá internazionale perché da solo non riesce a gestire questa crisi umanitaria. Ho timore ad entrare nel campo, non perché non mi senta sicuro, ma perché ho paura di urtare la sensibilitá dei nuovi arrivati. Eppure ci accolgono con gioia, vogliono raccontare, vogliono farci conoscere le loro storie, vogliono essere ascoltati e ascoltare il nostro messaggio di pace.
Sedute all’ombra della loro tenda vedo una donna anziana e due gemelle. Chiedo ad Omar di fermarci e di chiacchierare con loro. Conosciamo cosí Amina, ha 40 anni ma ne dimostra 60. Le due gemelline le si stringono alle magre braccia. Gli altri due figli sono in tenda a riposare. E’silenziosa Amina, parla poco. Ci dice che non ha abbastanza cibo e che le avevano detto che a Dadaab avrebbe potuto avere tutto quello che non aveva in Somalia. Essere una rifugiata non è un bene. Se potesse tornerebbe a casa. Le chiediamo dei figli e di cosa ne pensi dell’educazione: lei non è mai andata a scuola ma vuole mandare soprattutto le figlie a scuola perché una donna educata, ci dice, commette meno errori.
Ci avviciniamo ad un altro nucleo familiare. Stanno bevendo il té. Ce lo offrono, ringraziamo ma decliniamo. Ci guardano stupidi. Qualcuno mi ha successivamente detto che non si rifiuta mai una tazza di té. Noor è il più piccolo, ha tre anni, ci guarda con i suoi due occhioni neri e ride. Non parla, si nasconde dietro il velo coloratissimo della madre. Proprio lei, Karima, ci dice che viene dal Basso Shabele ed è arrivata in macchina per 200 dollari americani fino al confine con il Kenya. Da Liboi ci ha messo 10 giorni per fare gli 80 km che la separavano da Dadaab. Ha incontrato i banditi che volevano derubarla dei suoi averi. E scoppia in una risata. Le chiediamo perché ride. Ci dice che non aveva piú niente con sé e, dopo essere stata insultata e picchiata l’hanno lasciata andare. Le é andata bene , ci racconta, perché durante il tragitto ha parlato con altre donne che invece hanno ricevuto un benvenuto in Kenya ben diverso... e che non osiamo immaginare. La figlia piú grande, Fatima, ha vagato per il campo di Ifo e ha visto le ragazze delle scuole primarie nella loro uniforme rosa. Ci chiede se gliene possiamo dare una. Le diciamo che presto le scuole saranno aperte anche ad Ifo Extension e anche loro potranno indossare l’ uniforme. Salutiamo e andiamo via.
Decidiamo di fermare il nostro giro qui, all’orizzonte vediamo solo tende bianche, un numero impressionante. Noi di AVSI lavoriamo nel settore educativo a Dadaab, dal 2009, su richiesta dell’UNHCR e della Cooperazione Italiana. Costruiamo scuole e facciamo la formazione degli insegnanti, ci impegnamo a dare assistenza psicosociale. Ora con il network AGIRE, siamo impegnati nell’emergenza siccità nel Corno d’Africa.
Chiunque può aiutarci. Perché i profughi non sono solo numeri ma persone con delle aspettative e delle esigenze. Persone, come noi.
Francesco Calcagno - AVSI
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AVSI
A Dadaab incontro i rifugiati al primo centro di registrazione. Vedo tante donne e bambini. Sono tutti magrissimi e denutriti. Fa caldo, caldissimo. Siamo in pieno Ramadan, il mese di digiuno per i musulmani. Non si beve fino al tramonto.
Parlo con Mohammed, ha 7 anni, è orfano di padre. E’ arrivato a Dadaab con la madre e due fratellini. Dice di non essere mai andato a scuola e non ha mai ricevuto una educazione formale perché la famiglia è pastoralista.
Sisno è una donna di 30 anni, ma il suo volto ne dimostra 10 di più. Parla con una voce forte. Mi tocca il braccio e mi guarda in faccia come per attirare la mia attenzione. Mi dice che è qui da 6 giorni, ha percorso più di 200 km. Viene dal basso Shabele, in Somalia. E’ scappata dalla guerra e dalla siccità, ha con sé due bambini di 5 e 10 anni. L’aiutano a portare l’acqua nella tenda appena ricevuta. Ha altri 5 figli che l’aspettano a casa. Ringranzia Allah se durante il tragitto non è stata violentata dai banditi: l’hanno solo derubata di tutti i suoi risparmi. Le è andata bene, mi racconta. Ha avuto la sua razione di cibo per i primi 15 giorni e dice di essere in Kenya per ricevere aiuto umanitario. Le chiediamo del futuro dei figli. Ci risponde che vuole mandarli a scuola e che vorrebbe anche lei imparare a leggere e a scrivere: prendiamo nota di dove è, chiederemo ai nostri collaboratori di considerarla per il corso di alfabetizzazione per adulti, mentre i suoi bambini li manderemo a scuola. Magari finiranno nella stessa classe di Mohammed.
Francesco Calcagno - cooperante AVSI
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AMREF
Arrivato in Kenya chiedo da subito informazioni sulla siccità e sui problemi che sta creando. Incontro a Nairobi Rebecca una giovane ragazza che mi dice con orgoglio che i primi aiuti alimentari sono già arrivati.
E' visibilmente scossa "la televisione trasmette immagini terribili: la scena di un bambino attaccato al seno della madre ormai morta ha smosso gli animi di tutti noi".
Incontro Denge responsabile del progetto idrico-sanitario di AMREF in Kitui. Denge viene dal nord, dal distretto di Marsabit. La sua è una famiglia di pastori. Mi dice che hanno già perso l'80% del bestiame. Da qui alle prossime piogge, a novembre, perderanno tutto.
A migrare sono soprattutto donne e bambini spinte dalla fame a lasciare le proprie case in cerca di un posto dove trovare cibo e acqua. Gli uomini infatti si sono già allontanati all'inizio della siccità con la maggior parte degli animali in cerca di acqua e pascoli.
Hawa, la figlia e cinque nipoti hanno percorso 50 km a piedi verso la città di Wajir. "Tutti i nostri animali sono morti perchè non c'era pascolo e non c'era acqua."
Prova della devastazione che la siccità sta portando sulla vita della gente è il paesaggio disseminato di carcasse di scheletri di capre e mucche.
Occasionalmente, trovo i resti di un asino. Non forniscono latte o carne ma gli asini sono più resistenti degli altri animali e rappresentano l'ultima possibilità di sostentamento per le famiglie. Sono utilizzati per trasportare legna da ardere per uso domestico e per la vendita, e per portare l'acqua su lunghe distanze.
Quando anche l'asino muore la famiglia non ha letteralmente più nulla.
Mwangi, l'infermiera responsabile del reparto maternità del Wajir Hospital parla del preoccupante aumento di diagnosi di anemia nelle donne in gravidanza.
La combinazione di vivere in un ambiente duro, la malnutrizione e le ore di cammino hanno portato a un aumento della preeclampsia dei parti prematuri e dei bambini nati sottopeso.
Le donne incinte arrivano denutrite, non hanno abbastanza sangue, e non hanno la forza di spingere i bambini durante il parto e, una volta nati, non sono in grado di allattarli al seno.
Abdia è già stata al Centro Sanitario due settimane fa con suo nipote. Il bambino ha due anni, ma per la denutrizione sembra di otto mesi appena.
Viene subito assistito ma non vuole lasciare le braccia di Abdia. Lei gli sta accanto fino a quando sarà dimesso.
Dopo qualche giorno si ripresenta al Centro. "Non so cosa dargli da mangiare", spiega Abdia. "
Usavo il latte di capra ma abbiamo dovuto venderle tutte per comprare farina. Gli animali rimasti non riusciamo neppure a venderli perchè troppo magri.
Noi sopravviviamo da giorni bevendo tè nero ma non abbiamo nulla da dare al bambino.
I primi fondi raccolti sono stati fondamentali per il sostegno delle popolazioni colpite da questa catastrofe.
L'apertura di Centri di Accoglienza nelle 10 zone a rischio come quello dove opera l'infermiera Mwangi sta facilitando il parto e il soccorso delle donne con gravidanze avanzate e il sostegno dei bambini appena nati.
Il Presidio di emergenza dove Abdia ha portato il nipote è stato rifornito di integratori alimentari e vitamina A per bambini, donne incinte e malati di AIDS .
AMREF sta inoltre lavorando per garantire la tutela dei i servizi igienico-sanitari e di tutte le fonti idriche raggiunte dai progetti. Per prevenire malattie causate dall'acqua contaminata distribuirà 1.8 milioni di pasticche per la disinfezione dell'acqua e sta incrementando le analisi batteriologiche su tutte le fonti di acqua potabile.

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