Voci dal campo in Etiopia

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voci da campo del vis in etiopia

L’attività del VIS prosegue secondo due filoni: da un lato la risposta immediata all’emergenza, e dall’altro la predisposizione del terreno per futuri interventi di sviluppo che possano in qualche modo prevenire nuove emergenze umanitarie. In questo modo, il VIS assicura il proprio sostegno non solo a migliaia di rifugiati somali, ma anche agli sfollati interni dell’Etiopia del Sud: ciò permette di evitare conflitti per le risorse tra questi due mondi, e di inventare un futuro per queste popolazioni. Il nostro lavoro proseguirà dunque, anche grazie a tutti gli amici che ci stanno sostenendo e stanno donando visibilità in Italia a questa tragedia annunciata. Le persone che incontriamo dentro e fuori dai campi di Dolo Ado portano addosso la fatica e la disperazione per le condizioni di vita inaccettabili, e l’attesa per un futuro diverso: nel nostro piccolo, possiamo agire ora e agire bene.

Le ONG sono uno dei principali attori in questa emergenza. Lo sforzo organizzativo per assicurare l’assistenza a migliaia di profughi somali é immane e il coordinamento delle attività complicato. Ogni ong cerca di operare in un settore determinato, a seconda dell’esperienza, dei fondi, degli accordi col governo etiope, della capacità di implementazione, dei mezzi e delle risorse umane a disposizione: c’é chi si occupa di distribuzioni alimentari, chi dell’allestimento dei campi, chi della costruzione di latrine, chi dell’approvvigionamento idrico, chi dell’assistenza medico-sanitaria, chi dei processi di registrazione, chi di infrastrutture di vario genere, chi di assistenza psicologica, chi di educazione. Le attività messe in moto dimostrano la laboriosità e la dedizione di chi con passione ha deciso di contribuire a sostenere progetti di emergenza in un periodo storico così critico per le popolazioni somale.

Grazie alle nostre attività nel settore specifico dell’assistenza ai rifugiati, i rappresentanti di ARRA (l’Agenzia governativa etiope per i Rifugiati) ci hanno contattato per sollecitare un intervento rapido nei campi profughi di Dolo Ado: nello specifico, ci é stato richiesto di sostenere le attività di distribuzione di beni alimentari all’interno del Transit Camp di Dolo Ado tramite acquisto e distribuzione di generi alimentari di base quali farina, riso, zucchero, biscotti multivitaminici, sale, olio, latte in polvere, e misture multivitaminiche di cereali. Il VIS ha immediatamente avviato le attività all’interno del campo, e allo stesso tempo ha predisposto meccanismi di monitoraggio della situazione per rispondere in tempi brevi ad eventuali mutamenti, positivi o negativi, dell’emergenza in atto. Le condizioni fisiche dei profughi giunti in Etiopia sono critiche: gli ospedali da campo sono affollati, la denutrizione é diffusa, e molti bambini accusano infezioni respiratorie. Sono inoltre attesi ulteriori rifugiati (si parla di c.a. 17.000 persone) in arrivo da Gode, nel cuore dell’Ogaden, dove non é praticabile allestire Campi profughi per la presenza delle milizie terroristiche nell’area. L’ingigantirsi dei campi profughi di Dolo Ado non provoca solamente il deterioramento delle condizioni dei rifugiati già assistiti, ma rischia inoltre di inasprire le relazioni con le popolazioni etiopiche locali: sono sempre più frequenti le richieste di assistenza da parte degli etiopi della zona, ed é comune vedere comunità etiopiche in fila all’esterno dei campi ufficiali che cercano di ottenere un sacco di farina o una tanica d’acqua.

L’attenzione della comunità internazionale é giustamente sulle condizioni dei profughi somali, ma non bisogna dimenticare che migliaia di persone sono colpite dalla grave situazione di siccità in tutto il sud dell’Etiopia. L’intervento del VIS mira anche a sostenere le popolazioni locali, oltre i rifugiati, e la nostra presenza a Dolo Ado permette il rafforzamento delle relazioni con le comunità etiopiche e la possibilità in futuro di assisterle tramite programmi di sviluppo comunitario e sostenibile. Durante i nostri programmi di intervento nell’emergenza raccogliamo informazioni e sensazioni da parte delle comunità locali, e abbiamo già individuato nell’educazione e nello sviluppo agricolo i settori in cui concentrare i nostri sforzi nel futuro post-emergenza: le comunità ci richiedono in continuazione nuove scuole, per soddisfare l’alta domanda di istruzione non soddisfatta, e implementazione di sistemi irrigui e programmi di sviluppo rurale, per diversificare il reddito familiare delle comunità agro-pastorali.



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voci da campo del vis in etiopiaArriviamo a destinazione e troviamo Dolo Ado (Etiopia) avvolta nelle tenebre: ci accoglie l’aspro e intenso sapore del chat masticato, la pianta tradizionale somala il cui uso è molto diffuso per le sue proprietà eccitanti e anestetizzanti, il costante sferragliare di piccoli generatori elettrici che illuminano debolmente case e baracche, vortici di sabbia in lontananza - di notte il vento del deserto soffia pungente-, cammelli che riposano nel fresco della notte, spazzatura abbandonata ovunque. La musica tradizionale somala che esce dalle radio ci introduce in questa cittadina del deserto che brulica di vita, persone, attività, sogni e destini diversi. Qui si mescolano etiopi, kenioti e somali, che cercano un alito di vitalità tra la miseria che guerra e carestia hanno loro portato in dono.

Entrando nei campi profughi allestiti dall’UNHCR a Dolo Ado si nota immediatamente che la stragrande maggioranza della popolazione ospitata è rappresentata da donne e bambini. Ancora più comune è trovare famiglie formate unicamente da una donna e 4-5 bambini di ogni età. Queste donne dalla tenacia straordinaria hanno affrontato le angherie i soprusi e i saccheggi di Al-Shabaab, la siccità, la moria del bestiame, la perdita di familiari, la lunga marcia nel deserto, le malattie, lo sconforto, e ancora Al-Shabaab. Molti profughi si sono visti negati l’esodo da parte delle milizie di al-Shabaab perchè non vi fossero testimoni dello scempio che i gruppi terroristici hanno fatto di una Nazione intera; molti profughi si sono visti saccheggiare le scarse razioni alimentari che la comunità internazionale riusciva a distribuire loro; molti altri sono stati assassinati col pretesto che fossero spie governative; molti altri sono stati arruolati forzatamente; altri si son visti depredare dei capi di bestiame che ancora resistevano alla siccità; molti sono semplicemente scappati. Si stima che più della metà della popolazione somala sia in fuga: noi ne avvertiamo il segnale visitando il Transit Camp di Dolo Ado, dove i rifugiati vengono accolti prima di essere riallocati ai campi temporanei.

Il campo e’ sovraffollato, ora ci saranno 8-9.000 persone, ma la cifra aveva raggiunto quota 15.000 solo qualche settimana fa. Non solo, all’esterno del campo si estende una lunga macchia di tende dai colori sbiaditi: sono le centinaia di profughi che attendono di entrare al Transit Camp, una volta espletate le pratiche burocratiche di identificazione e registrazione. All’interno del campo gli operatori umanitari fanno del loro meglio per assistere degnamente i rifugiati, ma rimane un’illusione quella di poter offrire loro qualcosa di meglio di un pasto caldo, un posto dove dormire, acqua e sanitari, e servizi medici. Le condizioni in cui arriva la maggior parte dei rifugiati sono drammatiche: malnutrizione, malattie respiratorie e  infezioni intestinali sono solo alcuni dei fardelli che si portano sulle schiene ricurve, mentre negli occhi nascondono lo sconforto e la disillusione. Parliamo con alcuni di loro, soprattutto con le donne, e il ritornello ricorrente è la determinata efferatezza dei terroristi. Poi ci parlano anche, e ovviamente, della terribile e prolungata siccità che ha portato all’acuirsi della carestia in atto, delle malattie dei bambini, dei familiari persi lungo la fuga, dell’incertezza del futuro.

Fouzhia, tenendo in braccio uno dei suoi 4 figli, ci racconta della determinazione con cui hanno affrontato tali tragedie, e ringrazia il popolo etiope che ora le dona un posto sicuro dove vivere, acqua e cibo. Ha perso il marito, assassinato da Al-Shabaab, e ha affrontato la lunga marcia verso l’Etiopia con la famiglia della cugina, anche lei vedova per le stesse ragioni. Alla domanda su cosa si aspetta per sé e la propria famiglia nell’immediato futuro ci guarda sconsolata, ma non ha dubbi nell’affermare che mai più tornerà indietro, mai più metterà piede sulla sua terra natia, mai più porterà i propri figli in Somalia. Un profugo che segue la nostra conversazione, un signore di età indefinibile tra i 40 e i 60 anni, cerca di consolarla, afferma che il governo di Transizione con l’aiuto della comunità internazionale riuscirà a sconfiggere al-Shabaab e che un giorno tutti i Somali potranno ritornare a casa e vivere in quella pace che non hanno mai potuto respirare. Ci racconta la sua storia, guardandoci dritto negli occhi, il volto rigido ma sicuro, e una parlantina che si scioglie appena prende confidenza con noi. Ci racconta della sua terra, della sua famiglia e delle mandrie che possedeva, dei nipoti e della bellezza nascosta del deserto. Ci rapisce tessendo le lodi della ricchezza culturale, sociale e linguistica del popolo somalo. Ci racconta della fraternità e vicinanza che ogni somalo prova rispetto alla sua comunità di appartenenza. E poi si blocca appena nomina al-Shabaab, non riesce a continuare il racconto.

Le chiediamo infine se pensa che un giorno farà ritorno alla terra che ha lasciato: non risponde, distoglie lo sguardo da noi e guarda l’orizzonte lontano. Non scorrono lacrime sul suo viso duro, ma avvertiamo con un brivido le ferite che porterà sempre con sé. Nel lasciare il campo di transito mi fermo ad osservare i bambini che giocano in giro: strano forse, ma sorridono. Non riesco a decifrare le pieghe di quei sorrisi, né a immaginare cosa celino, ma per un attimo mi sorprendo a pensare che questi bambini, nonostante gli stracci che indossano, la sporcizia, le pance gonfie,  siano uguali a tutti i bambini del mondo. E’ un’impressione momentanea, perché la vita ha riservato loro sofferenze che li rendono già dei piccoli adulti.
Mi dirigo verso l’uscita del campo e cerco di immaginare a quale futuro si potranno aggrappare, ma non ci riesco. Intanto, il crepuscolo avvolge le tende, si accendono i carboni per preparare il the, e il vento inizia a spazzare il deserto: un altro giorno è terminato a Dolo Ado.


Mattia Grandi, volontario VIS in Etiopia



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Il viaggio

voci da campo del vis in etiopiaLa strada che ci conduce a Dolo Ado si snoda in direzione sud attraverso 1.000 km di fango e sassi, montagne e pianure, popolazioni, costumi e lingue completamente differenti. Mondi all’apparenza separati ma facenti invece parte di un’unico, vasto e vario Paese africano: l’Etiopia. Dolo Ado, la nostra destinazione, è un piccolo avamposto di frontiera, incastonato tra Somalia, Kenya ed Etiopia, dove si mescolano diverse culture e si intrecciano diversi destini. Qui, come in un gioco di specchi, si trova il contraltare di Dadaab, il piu grande campo profughi del mondo ospitato in Kenya: nelle vicinanze di Dolo Ado si estendono infatti a perdita d’occhio le tende dell’UNHCR che ospitano i profughi somali in fuga da guerra e carestia. Sono 4 i campi attivi e già sovraffollati: si stima che circa 150.000 persone siano assistite all’interno delle strutture allestite (Bokolmayo, Melkadida, Kobe, e il recentissimo Helaweyn), e che molti altri siano costantemente in arrivo.

Raggiungiamo Dolo Ado alle 9 di sera dopo due giorni di viaggio da Addis Abeba, accompagnati dalla polvere, da una curiosità  ingenua, da svariate gomme consumate e abbandonate, e dai suoni e sapori della strada. La strada. L’abbiamo percorsa, l’abbiamo vissuta, l’abbiamo temuta, l’abbiamo affrontata, l’abbiamo seguita e a volte inseguita. Raggiungere Dolo Ado via terra percorrendo la lunga spina dorsale che scende dalla capitale non è certo la stessa cosa che arrivare in aereo coi voli speciali organizzati per gli aiuti umanitari. Attraversare questo pezzo di Etiopia ci permette di assaporare le sue infinite anime e ci regala una visione di insieme che avremmo perso se fossimo stati catapultati qui direttamente dalle comodita’ e dal fermento di Addis Abeba. Raggiungere Dolo Ado via terra è stancante, lungo e faticoso, ma grazie a questo viaggio possiamo concettualmente e fisicamente inserire questa regione in un contesto piu ampio e ricco, possiamo ragionevolmente immaginare quello che ci aspetterà una volta giunti a destinazione, possiamo infine avvertire il senso di marginalita’ e distanza di questa zona remota.

Affronto il viaggio in compagnia del nostro autista, del nostro collaboratore in loco e del direttore di una compagnia di distribuzione alimentare che opera nei campi profughi da tre mesi. Le lunghe giornate passate insieme diventano occasione di confronto, di scambio aperto e di appassionate discussioni sulla attuale situazione di emergenza. A parte l’autista, guidato dalla sana curiosità di conoscere popolazioni diverse della stessa Nazione a cui appartiene, i miei compagni di viaggio sono Somali: per loro l’intervento del VIS non è  solamente un mero lavoro, ma è piuttosto l’occasione per contribuire a salvare il popolo a cui appartengono, per documentare e testimoniare la tragedia che ha colpito famiglie a cui si sentono visceralmente legati, anche se lontane e appartenenti a un altro Stato.

La loro è una vera e propria missione: nel loro piccolo, dimostrare a se stessi che possono alleviare le sofferenze di famiglie sradicate e in bilico nella lotta per la sopravvivenza, e donare un po’ di speranza a popolazioni che da più di 20 anni ricercano coraggiosamente un equilibrio che non è mai stato loro concesso. La strada fomenta il loro orgoglio e la loro determinazione, ed è occasione per ampliare i miei orizzonti cognitivi sulla storia passata e presente e sulle condizioni in cui vessano le popolazioni somale. Il percorso che si snoda verso Dolo Ado attraversa mondi diversi apparentemente non in contatto: dagli uffici e dalle banche di Addis Ababa scendiamo dolcemente lungo la Rift Valley, incrociando con lo sguardo colline verdi e laghi sbiaditi, per poi risalire verso le zone del caffè intorno a Yrga Alem e affrontare le spigolose montagne che aprono la regione del Sidamo.

Ci troviamo a oltre 3mila metri, tra boschi di eucalipto e folta vegetazione, nebbia e freddo, coltivazioni lussureggianti e le tipiche abitazioni sidama, create ad arte con fango e paglia. Da qui la strada scende tortuosa lungo i valichi, e l’ambiente attorno a noi si modifica rapidamente: la fertile terra rossa inizia a riempirsi di pietre e polvere, ai boschi si sostituiscono acacie africane e arbusti della savana, scompaiono cavalli, scimmie e iene, e al posto della nebbia e del freddo ci ritroviamo nell’arsura e nell’afa. Anche il sole sembra diverso qui, molto più vicino, molto più spietato. Non troviamo più vivaci e chiassosi villaggi lungo la strada, e nemmeno mandrie al pascolo guidate da piccoli pastori: al loro posto, la strada. Apparentemente senza fine ed uguale a se stessa, la strada.

Ogni tanto scorgiamo tra le pietre e gli arbusti qualche tenda, segnale che le comunità somale di pastori nomadi stanno cercando di spostarsi sempre più a nord alla ricerca di ambienti meno ostili: ma sono gocce in un mare infinito fatto di sabbia, pietre e vento. Anche il telefono ci rammenta che ci troviamo in uno dei luoghi più remoti e marginali d’Etiopia: non c’è modo di comunicare, siamo soli con noi stessi, lontani dagli agi della capitale ma ancora molto lontani da Dolo Ado. Ci vorranno altre 8 ore di viaggio attraverso questo deserto prima di raggiungere la nostra destinazione.


Mattia Grandi, operatore VIS in Etiopia



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La situazione qui continua ad essere critica. Nella Somaly Region, al confine con la Somalia, nei campi profughi, le persone lottano ogni giorno per sopravvivere e molto spesso non ce la fanno. Noi continuiamo con le distribuzioni di acqua nei due distretti per cercare di scongiurare il peggio. Non appena arriveranno i primi finanziamenti ci attiveremo anche per il terzo distretto che ci ha richiesto di essere servito con i camion cisterna. In molti riferiscono di aver visto diversi cammelli morti e questo per la popolazione locale ha un grande impatto psicologico: se nemmeno la "nave del deserto", l'animale che meglio di tutti si adatta alle estreme condizioni di vita di queste zone, riesce più a sopravvivere vuol dire che la situazione è davvero drammatica.

Stiamo lavorando da Addis Abeba cooordinandoci con il personale di RAPID, la ong partner di VIS in Etiopia, a Dolo Addo per organizzare al più presto le distribuzioni di cibo: alcuni prodotti non sono disponibili in loco e devono essere trasportati con i camion da qui, altri invece si possono acquistare sul posto. Ogni giorno che passa sempre più pressanti si fanno le richieste da parte delle autorità locali che ci chiedono di intervenire nel campo di pre-asilo dove avvengono la maggior parte dei decessi.
Rispetto al resto del paese etiope, la situazone sta diventando allarmante anche in altre aree.

 Dopo aver visitato Gambella ed aver visto che anche nel ovest dell'Etiopia la terra è spaccata dal sole ed i raccolti sono bruciati ora mi trovo a Dilla nel sud del Paese.
Anche qui la pioggia si fa attendere: il cielo è nuvoloso, l'umidità è alta, ma cadono solo poche gocce.
Nonostante sembri tutto verde è solo un'illusione! "Questa pioggia non è abbastanza, serve solo a far crescere l'erba!" mi ha detto oggi uno dei padri Salesiani che da oltre 20 anni abitano in questa regione. "L'erba cresce, ma non il mais o il grano: il raccolto per i Salesiani non è stato assolutamente quello sperato, ma almeno non è andato completamente perduto. Per molti altri invece se continua così sarà un vero problema: i campi sono verdi, ma le pannocchie sono piccole e stentano a crescere senza acqua. Pochissimo da mangiare per i prossimi mesi e niente da vendere in una regione che vive di questo significa la fame. Anche gli alberi da frutto non promettono bene: il raccolto del caffè si annuncia molto più modesto di quello sperato ed un'altra fonte di sostegno per le famiglie verrà a mancare. La gente ha cominciato a venire più numerosa a chiedere aiuto alla casa Salesiana che già sfama quotidianamente diverse centinaia di bambini e donne".

Speriamo nella pioggia, quella vera!



 Gloria Paolucci, responsabile paese e coordinatrice dei progetti VIS in Etiopia.





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